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Generazione Tuareg: giovani, flessibili e precari. Intervista a Francesco Delzìo

Eleonora Bianchini avatar Mercoledì 9 Gennaio 2008, 15:02 in Interviste, Primo Piano di Eleonora Bianchini
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Giovani, flessibili e felici. Mezza realtà e mezzo sogno. E invece secondo Francesco Delzio, 33 anni, oggi direttore dei Giovani Imprenditori di Confindustria e ieri giornalista Rai, ha pubblicato Generazione Tuareg (Rubbettino), dedicato ai 30/40enni di oggi, "costretti a vagare in un mare senz'acqua come i nomadi del deserto, privi delle bussole che avevano guidato padri e nonni".

Generazione Tuareg dipinge un'Italia realistica, dove i giovani sono considerati marginali e la Casta (diffusa in tutte le professioni e a tutti i livelli sociali) riesce a imporre le sue condizioni. Facciamo chiarezza su due grandi riforme che hanno cambiato il mercato del lavoro italiano: la riforma Dini e la Legge Biagi. Dove hanno sbagliato e cosa devono perfezionare?

Sono leggi molto diverse, ma hanno un destino comune: entrambe hanno alimentato nel dibattito pubblico italiano una serie di falsi miti e di letture “mistiche”, che non corrispondono alla reale portata delle due riforme.
La riforma Dini è stata elogiata negli anni ’90 – ed è ricordata tuttora - per aver razionalizzato il sistema previdenziale italiano, garantendone la sostenibilità: è una delle pochissime riforme economico-sociali che goda nel nostro Paese di apprezzamenti bipartisan.

Nessuno ricorda, però, che la riforma Dini è stata la “madre” di tutte le ingiustizie generazionali. Ha diviso le generazioni italiane in buone e cattive - premiandone alcune e punendole altre - perché ha inquadrato i lavoratori e futuri pensionati in tre distinte categorie, trattate in modo radicalmente diverso: senza alcuna logica, almeno sul piano tecnico.

Le “vittime sacrificali” della riforma Dini sono stati i giovani italiani, entrati nel mercato del lavoro a partire dal 1996. Sono, inspiegabilmente, gli unici ai quali si applica il (penalizzante) sistema contributivo e che quindi hanno un’unica certezza nel proprio futuro: quella di non aver diritto neanche alla certezza più granitica delle generazioni precedenti, una buona pensione. Sarebbe stato molto più equo – e più incisivo sotto il profilo della razionalizzazione dei conti pubblici – applicare a tutti i lavoratori il metodo contributivo, fatti salvi naturalmente i diritti acquisiti fino all’entrata in vigore della riforma.

La legge Biagi è stata, invece, demonizzata nel dibattito pubblico come causa di una profonda “discriminazione generazionale”: in realtà, ha disegnato in Italia un mercato del lavoro molto simile a quello esistente negli altri grandi Paesi europei. Non ha causato una precarizzazione del lavoro superiore a quella esistente in Francia, Germania o Spagna, ha prodotto anzi un numero significativo di posti di lavoro in più.

L’errore politico è stato quello di non realizzare l’altra metà del disegno di Marco Biagi: il rafforzamento e la riforma degli ammortizzatori sociali da passivi in attivi, necessari per trasformare la precarietà in flessibilità. Sono convinto, comunque, che non abbia senso concentrare sulla legge Biagi l’intero dibattito sulla condizione dei giovani italiani: la vera differenza tra i giovani italiani e quelli europei non riguarda il mercato del lavoro.

Gli italiani sono ossessionati dal lavoro precario perché non possono fare progetti per il futuro. Come vivono la stessa condizione all'estero, dove il lavoro a termine non è necessariamente uno svantaggio?

E’ proprio questo il punto. Flessibilità in Italia vuol dire insicurezza e sfiducia verso il futuro, ma non è così negli altri Paesi avanzati. Da cosa nasce questa differenza? In Generazione Tuareg sostengo una tesi nuova: il vero problema non è il grado di flessibilità del mercato del lavoro – molto simile in tutta Europa – ma la mancanza in Italia della “flessibilità positiva”. E’ quel tipo di flessibilità che, per esempio, consente al giovane francese, tedesco o spagnolo di ottenere dalle banche un finanziamento per un master all’estero - se ha un bel curriculum scolastico - o per aprire un’impresa - se ha avuto una buona idea per fare business - a prescindere dalle condizioni economiche della famiglia di provenienza. Queste chances oggi non sono date ai giovani italiani, a causa della scarsa apertura alla concorrenza dei mercati dei servizi a rete.

Sulla condizione dei giovani in Italia, Padoa Schioppa rimarrà negli annali per la sua boutade sui bamboccioni e la Melandri ha appena firmato per i finanziamenti ai giovani fino a 6.000 euro. La politica è sensibile al tema giovani o piuttosto cerca di rimandarlo?

Le misure volute dal ministro Melandri, così come alcune previsioni in materia previdenziale  del protocollo sul welfare, sono segnali positivi che si muovono - finalmente - nella direzione giusta.

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Ma non dobbiamo dimenticare il punto di partenza. L’intero sistema Italia è una piramide rovesciata che si regge sulla punta: gli anziani sono più dei giovani, le risorse pubbliche sono destinate per la stragrande maggioranza alle generazioni più anziane, gli under 40 sono di fatto assenti dai luoghi decisionali della politica e delle istituzioni, l’assenza di merito blocca l’ascensore sociale e rende terribilmente difficile per i giovani di talento emergere. Rispetto ad una condizione del genere, non c’è ancora nella politica italiana né un’adeguata consapevolezza né il coraggio delle scelte necessarie.

Nel libro paragono i giovani italiani ai piloti che corrono un Gran Premio di Formula Uno, ma con la safety car fissa per tutti i giri di pista. Siamo tutti in fila: chi tenta l’accelerazione, il sorpasso, lo spunto innovativo è irrimediabilmente squalificato, bruciato, relegato ai margini. Colpevole di aver violato le regole della gerontocrazia italiana, di aver infranto i sacri principi del perverso rapporto tra le generazioni che si è impadronito dell’Italia di oggi. E’ questo il triste destino dei giovani italiani, belli e brutti, capaci e inconsistenti. Comunque pazienti: costretti ad attendere il turno di gloria, omologati dalla dura legge dell’anagrafe made in Italy.

Le statistiche dicono che in Italia il lavoro a tempo determinato è in % inferiore alla media europea. Lei aggiunge inoltre che la flessibilità non è un male, ma il welfare non è adeguato. Non è da meno la questione salari: infatti, se all'estero un lavoro a termine è retribuito più equamente rispetto al servizio offerto, in Italia il potere d'acquisto degli stipendi (con l'inflazione che ha sfiorato il 2.6%) è sempre più debole. In questo scenario, quali sono i cambiamenti più urgenti?

E’ decisivo e urgente un grande cambiamento di fondo: creare un sistema che consenta di premiare e di incentivare chi lavora più e meglio, chi acquisisce competenze puntando sulla propria formazione, chi investe sul merito.

Per farlo è necessario “rivoluzionare” l’assetto della Pubbliche Amministrazioni: non è più ammissibile che chi lavora 12 ore al giorno sia pagato esattamente allo stesso modo di chi lavora 3 ore al giorno. I dirigenti pubblici devono assumersi la responsabilità di premiare chi merita e di sanzionare chi non fa nulla, e devono essere dotati degli strumenti contrattuali per poterlo fare.

Nel settore privato, invece, è necessario incentivare la diffusione dei contratti aziendali, che consentono di legare i salari alla produttività e ai risultati d’impresa, pagando meglio i lavoratori che costruiscono ogni giorno il successo delle aziende in cui operano.

Rimane troppo alta in Italia, infine, la differenza tra lordo e netto in busta paga: premiare il valore del lavoro vuol dire anche, per tutti i lavoratori, diminuire la tassazione che incide sulle buste paga.

Che Italia sarà quando la generazione Tuareg sarà, per ragioni anagrafiche, costretta a sostituire la Casta nei centri di potere?
 
E’ difficile dire quando avverrà il ricambio. Il “mercato” più carente, oggi in Italia, è proprio quello della classe dirigente: non c’è possibilità di mettere a confronto competenze e visioni diverse, nella politica e nelle istituzioni, nelle nomine pubbliche e in ampi settori della società. La Generazione Tuareg ha quindi un compito difficilissimo: riaccendere la speranza, ricostruire il sogno italiano. Ce la faremo? Solo se avremo il coraggio di praticare valori nuovi, gli unici che potranno consentirci di interpretare il nuovo Secolo: il rischio come leva dello sviluppo e dell’innovazione, il nomadismo come capacità inesausta di scoprire le opportunità del mondo, il pragmatismo come rifiuto delle verità pre-confezionate, la trasversalità come ricerca del confronto con l’altro, la flessibilità come strumento per la crescita continua.

Sembra un sogno. Ma come cantava Jim Morrison, il vincitore é semplicemente un sognatore che non ha mai mollato.

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3 commenti
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12 Feb 2008
alle 13:09

Domenico

Un'intervista molto interessante a Delzìo è uscita ieri su www.theye.it, il "fratellino" de lavoce.info. Nell'intervista vengono affrontate anche tematiche diverse dal suo libro e per questo molto interessanti.

Oltre a questa iniziativa (www.theye.it), è uscito anche un blog che stà cercando di creare un network tra tutti gli studenti di economia (laureati, master, dottorato e post doc) di stampo più accademico, dove si dioscute, in inglese, di temi di economia molto interessanti e si scambiano riferimenti bibliografici (www.economicsideas.blogspot.com)!!

2
07 Feb 2008
alle 17:58

caroparlamento

salve, ho aperto un blog  www.caro-parlamento.blogspot.com e vi vorrei chiedere di dargli un'occhiata. il blog serve per fare il casting delle persone da intervistare per il mio documentario (che sto già girando in tutta italia, prodotto dalla jean vigo italia), si intitola Caro Parlamento, il tema sono i giovani e il lavoro nell'italia del 2008, non ha un taglio politico bensì istituzionale. la costituzione dice cose bellissime in materia di lavoro ma dalle interviste che ho già raccolto emerge che i principi costituzionali non sono stati applicati gran che...  il documentario parla di dignità ferita di una generazione e questa volta a dirlo al Parlamento non saranno i soliti articoli di giornale o le fredde statistiche, ma noi giovani col nostro volto, il nostro sguardo, la nostra voce.
 
giacomo faenza

1
11 Gen 2008
alle 01:53

Beppe

E' consolante sapere mediante la  lettura di questo articolo-intervista, come la condizione del giovane alla ricerca di una collocazione nel mondo del lavoro sia discussa con serietà. Sono convinto che il cambiamento di mentalità, la  ricerca di valori nuovi, possano rappresentare un punto di forza necessario alla nostra generazione, che si apre ad un futuro rischioso, ma ricco di nuove opportunità. Impegnamoci ad essere noi stessi!

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