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Quello che vedete sopra è lo screenshot del sito di Giuseppina Virgili, 51 anni, disegnatrice di moda e imprenditrice di una griffe di moda a Scandicci. Era o è ancora la sua azienda? Non lo sa nemmeno lei. La crisi si è abbattuta sulla sua impresa fedele al Made in Italy "nell'autunno 2008, quando i nostri clienti hanno iniziato a ritardare i pagamenti fino all'insolvenza". Giuseppina ha chiesto credito alle banche, si è rivolta alle istiuzioni e ha manifestato con lo sciopero della sete e della fame , senza ottenere alcun risultato. La disperazione la costringe a chiedere denaro agli usurai e la figlia ha messo in vendita un rene su Internet. Abbiamo incontrato Giuseppina a Imprese Che Resistono Day, dove ha reso la sua testimonianza davanti a una platea di pmi. L'abbiamo intervistata per saperne di più.
Lei aveva un'azienda tessile Made in Italy. Come è cambiato il suo settore negli ultimi anni anche a causa della globalizzazione?
Dobbiamo competere con una concorrenza sleale determinata dall'import e dalla delocalizzazione sul territorio nazionale. Ci sono laboratori non regolari che in Italia lavorano indisturbati con la complicità delle istituzioni e degli imprenditori stessi. L'etica imprenditoriale, dunque, è molto discutibile. Ne risulta che chi lavora rispettando le regole è penalizzato e non ha armi per difendersi. A questo si aggiunge che il Made in Italy che sfila sule passerelle e addosso ai personaggi dello star system è tra i migliori clienti di questi laboratori fantasma per il fisco e l'Inps.
Ha avuto esperienza diretta dei laboratori fantasma?
Certo. Vivo a Prato, una città che ogni giorno alle 20 inizia a lavorare. Potete immaginare a quali condizioni. Vi racconto un episodio. Qualche settimana ho finto di voler acquistare per conto dei miei clienti alcuni prodotti. Ebbene, i loro prezzi, per noi produttori regolari, sono impossibili da applicare. Vendono materiale che arriva direttamente dalla Cina con etichetta Made in Italy e, visto che viene rivenduta in Italia, hanno il diritto di farlo. I pagamenti sono tassativamente in contanti e la fatturazione a discrezione del compratore.
E gli italiani non possono competere con un simile sistema di lavoro.
No. Accetto la globalizzazione ma sono necessarie regole condivise. Ed è necessaria la volontà delle banche e delle istituzioni per uscire da questo vicolo cieco.
Lei dice di andare alla Caritas per mangiare. Trova altri imprenditori oltre a lei?
Certo. Alla Caritas puoi incontrare l'extracomunitario ma anche il commerciante al piccolo imprenditore. Invito i parlamentari ad uscire dal loro mondo fatato per farsi un giro alle mense dei poveri, le nostre moderne valli di lacrime, perchè credo che non si rendano conto di cosa stia succedendo in Italia.
La sua storia dello sciopero della fame e della sete è uscita su molti quotidiani. Perché ha deciso di farlo?
Ho iniziato lo sciopero da sola, sostenuta dal Presidente Frediano Manzi dell'associazione SOS Racket di Milano al quale mi ero rivolta. Ero disperata. Il 19 novembre sono andata davanti alla sede della Regione Toscana. L'assessore Ambrogio Brenna davanti alla stampa prendeva a cuore la mia richiesta di microcredito perchè non finissi tra le mani degli usurai. E si impegnò affinché non fosse protestato un assegno che avevo in scadenza.
Poi cosa è successo?
Da quel giorno non l'ho più sentito. Non solo. Su suo suggerimento ho chiamato Fidi Toscana e mi hanno risposto che l'assessore non poteva prendere iniziative. L'indomani mi ha chiamato la Prefettura dicendomi che Unicredit, firmataria del protocollo di intesa antiusura, voleva valutare la mia situazione. Mi danno appuntamento per il lunedì successivo in Prefettura e decido di sospendere lo sciopero.
Intorno al tavolo in Prefettura troviamo un'ampia rappresentanza sia delle Istituzioni che della banca, tra cui il direttore regionale, il capo area di Firenze e provincia ed il titolare della filiale di Scandicci. Vengono messi al corrente della situazione aziendale: non abbiamo i paramentri richiesti da Basilea 2. Si rendono disponibili a valutare i documenti che ci riguardano facendo intendere che si tratta solo di una prassi. Aggiungo che erano garantiti per l'80% da un consorzio fidi all'80% e per il restante 20% da un patto d'onore dall'associazione SOS Racket.
E il finanziamento arriva?
No. Dopo una settimana ci comunicano che non rientriamo nei parametri. Sconcertata metto al corrente la Prefettura che fa spallucce e dice di aver fatto il possibile. Sono arrivata allo sciopero della sete e della fame dopo aver scritto al Ministro Tremonti e alla regione Toscana; dopo essere andata dal Sindaco di Firenze che mi ha mandato da Vasco Galgani, Presidente della Camera di Commercio che ancora non mi ha risposto. Ho scritto al Presidente della Repubblica, al Presidente della Regione Toscana Martini. Silenzio. Ho sperimentato sulla mia pelle che ai provvedimenti per le aziende in crisi può accedere solo chi rientra nei parametri di Basilea 2.
Quali sono oggi i suoi rapporti con le banche?
Pessimi. Mi stanno mettendo al rientro ma senza darmi la possibilità di lavorare. Posso solo rivolgermi agli strozzini. Basilea 2 è la causa principale della mia esclusione dai finanziamenti oltre a un sistema bancario di cui i piccoli imprenditori siamo vittime.
Il governo sta dando supporto alle imprese in difficoltà? E le banche?
Il Governo mette in atto alcuni provvedimenti senza controllarne il funzionamento e affidandosi in toto alle banche. Ricordiamo cosa è successo con i Tremonti Bond, che sembravano la nostra salvezza, o con la Cassa Depositi e Prestiti e Sace. Se non vincolano gli accordi è tempo perso. Draghi ha ben poco da dire. Penso che debbano dividere le banche fra chi vuole fare finanza e chi credito.
Racconta che sua figlia ha messo in vendita gli organi.
Sì. La nostra situazione familiare al momento è tragica, non abbiamo più nulla e mia figlia in preda alla disperazione ha messo un rene in vendita su Internet. Io sto cercando un prestasoldi, sono stanca di questa situazione insostenibile. Non rimane altro che la disperazione.
Cosa vede nel futuro e quali progetti ha per la sua azienda o per la sua carriera lavorativa?
Non vedo futuro, purtroppo. Non riesco a fare progetti, servono soldi anche per iniziare a lavorare e a 51 anni non è semplice riproporsi sul mercato. Nella disperazione è difficile rimanere lucidi e questo mi fa paura. Nel 2008 si sono suicidati 1.600 imprenditori o perché hanno fallito o perché erano in mano agli usurai. E' un dato che deve far riflettere chi ci governa.
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alle 11:27
donna
una situazione che colpisce molti altri e non solo lei
chi non vuoele entrare nella casistica dei suicidi e lasciare gli altri nei debiti, segue la strada tracciata dalla figlia della signora. non sarà la prima e nemmeno l' ultima.
io sono allo stesso punto e oltre al peso dei debiti vi è la vergogna di aver creduto di poter fare qualcosa nella vita